Quel contagio che fa bene alla comunità

di Lidia Borzì, presidente ACLI di Roma

“Contagiamoci!” L’esclamazione va letta con un’accezione positiva, perché il contagio a cui mi riferisco non è provocato da un virus nocivo alla salute, ma riguarda gli anticorpi che fanno bene alla comunità. Quando si mette in moto questo tipo di contagio, infatti, si realizza un circolo virtuoso, che porta benefici a tutti.
Una riflessione, la mia, maturata attraverso il lavoro quotidiano con le ACLI di Roma, ma anche grazie all’esperienza vissuta il mese scorso a Comacchio, paese del ferrarese famoso per la marinatura dell’anguilla, in occasione dell’evento “Contagiamoci!”, appunto, organizzato dalla Fondazione di Cattolica Assicurazioni, una delle realtà profit che più investe nella sussidiarietà e che sostiene anche alcune nostre buone pratiche.
Un evento in cui, nei momenti “vivi”, come presidente delle ACLI di Roma, sono stata invitata a coordinare il tavolo sul tema della rete, punto di forza del nostro impegno; e nei momenti “morti”, ovvero le pause tra un dibattito e una tavola rotonda, che invece diventano vivi e produttivi, perché occasione di arricchimento attraverso scambi informali, ho scoperto la sorprendente storia dell’anguilla, che ha molto a che fare con questa mia riflessione stessa.
L’occasione è stata quindi doppiamente preziosa per rileggere quello che facciamo quotidianamente attraverso gli occhi e le parole degli altri partecipanti – circa centocinquanta persone rappresentanti di oltre un centinaio di realtà impegnate nel sociale, da nord a sud Italia -, provenienti da realtà più o meno grandi, tutti accomunati dalla passione per il Bene Comune e dal riconoscere il lavoro di rete come risposta ai crescenti e variegati bisogni scaturiti dalle tante fragilità che il welfare, inefficace e inefficiente, evidentemente un po’ ovunque, non riesce a risolvere.
Privilegiare il lavoro in rete rappresenta, infatti, la strada migliore per fare fronte alla complicata situazione che stiamo attraversando, inasprita da una crisi che non è solo economica, ma anche relazionale, culturale e valoriale, cui si aggiunge ora una crisi politica senza precedenti, che a tre mesi dalle elezioni non ha portato ancora un Governo.
In questo contesto, nessuno può dirsi autosufficiente, nel grande e nel piccolo siamo tutti interdipendenti e ciascuna parte ha bisogno dell’altra per fare fronte a questa grande complessità.
E anche Papa Francesco, vescovo di Roma, incontrando la sua diocesi lo scorso 14 maggio, ci ha invitati a “uscire da noi stessi” aprendoci verso un “nuovo esodo”.

Certo, il Papa parlava in particolare alle comunità parrocchiali, ma il suo appello calza benissimo, per estensione, alle comunità laiche, e quindi il monito all’apertura, suona come un invito a fare rete, ad applicare la “rivoluzione della tenerezza” per combattere “l’individualismo, l’isolamento, la paura di esistere, la frantumazione e il pericolo sociale, tipici di tutte le metropoli”, in tutti i nostri ambienti.
Fare rete con tenerezza, quindi significa andare oltre gli aspetti tecnici di una collaborazione, e puntare soprattutto alla valorizzazione delle relazioni, alla costruzione di legami solidali, mettere la persona al centro e averne cura.
La rete infatti, è la base di una comunità più accogliente, capace di non lasciare indietro nessuno, e in cui ciascuno si sente responsabile dell’altro.
Anzi, di più, la rete ha senso se produce comunità. Sulla rete è incentrato il modello di welfare promozionale che favorisce l’inclusione attiva per trasformare le tante persone fragili, destinatari degli interventi che quotidianamente portiamo avanti, in protagonisti.
Lavorare così significa trasformare le addizioni in moltiplicazioni, amplificare i risultati, generare quella ricchezza che non è riducibile solo al Pil ma riassumibile in un “valore” che ha altri criteri e modalità, che non sono i numeri, ma le persone.
Per riuscire nel “nuovo esodo”, dobbiamo imparare a promuovere soluzioni innovative capaci di valorizzare le eccellenze e minimizzare le sovrapposizioni, per riallacciare il legame fiduciario tra politica, cittadini e società civile, a partire da un rinnovato protagonismo degli stessi.

A proposito di “esodo”, mi viene in mente l’affascinante storia dell’anguilla, “la sirena dei mari freddi” raccontata dal grande poeta Eugenio Montale in un componimento del 1948, sul quale non mi ero mai fermata a riflettere e che ho scoperto proprio a Comacchio.
L’anguilla è un pesce incredibile, con una forza irresistibile e uno spiccato istinto di conservazione. Come tutte le anguille, anche quelle del Po intraprendono viaggi lunghissimi per oltre 6.000 km in totale – una media pari a 15-40km al giorno -, per lasciare i propri fiumi e andare a riprodursi fino al mar dei Sargassi. Qui le anguille si accoppiano e poi, stremate per il viaggio, muoiono. Ma non prima che le femmine abbiano deposto le uova, e aver generato un nuovo ciclo vitale, tant’ è che i nuovi nati fanno ritorno nei nostri fiumi dove hanno vissuto le anguille genitori, ripercorrendo a ritroso quel viaggio pazzesco.
Ecco, non sono un’esperta di etologia e comportamenti animali, ma mi stupisce pensare all’imprinting di questi pesci che, per istinto, sanno dove devono tornare.
E noi lo sappiamo? Pare proprio di no. Si stanno smarrendo i valori basilari del vivere insieme, sopraffatti dal dilagante individualismo.
E allora tutti dobbiamo imparare – e anche abbastanza in fretta -, a sentire quel richiamo fortissimo per “tornare” ad avere a cuore il Bene Comune, per recuperare i valori di giustizia ed equità, per nutrire il desiderio di costruire una comunità solidale, valorizzando la rete per rafforzare le nostre risorse.

Dobbiamo imparare dall’anguilla a guardare al futuro, a dare vita a processi sociali generativi, per dirla come il prof. Magatti, ospite tra i relatori a Comacchio, capaci di riprodursi e moltiplicarsi, per continuare a contagiare la nostra città di Bene Comune ancora, e ancora.