Roma, dal welfare “groviera” al welfare “sartoriale”

di Lidia Borzì

Giugno ci porta in dono anche l’estate, il tempo del riposo, degli esami scolastici, ma anche il tempo delle riflessioni e delle valutazioni.

Questo giugno, in particolare, rappresenta un momento significativo per la nostra città in quanto siamo ad un anno dalle elezioni che hanno portato una nuova giunta a governare la Capitale e quindi è d’obbligo fermarci a fare una breve valutazione sul percorso fatto fino ad oggi.

Ovviamente le pagelle sono una prerogativa dei professori e non è nostra intenzione appropriarci di questo faticoso e importante ruolo, ma come ACLI di Roma non possiamo non riconoscerci come un piccolo osservatorio sociale della città incontrando oltre 150mila persone ogni anno con i nostri progetti, iniziative, eventi e Servizi.

Un osservatorio che ci restituisce, quotidianamente, i volti delle tante povertà economiche, relazionali, culturali che hanno colpito e non mollano la capitale, e che ci mostra quanto Roma assomigli sempre più a Gotham City la problematica città di Batman.

Una città vittima dei tagli di risorse e di servizi sociali, perdita di posti di lavoro, crescita della disoccupazione, esplosione delle diseguaglianze, disagi urbanistici come le buche che rendono le nostre strade molto pericolose o i mezzi di trasporto spesso guasti o in ritardo e il degrado diffuso come lo scempio perpetrato ai danni delle nostre fontane e monumenti presi d’assalto da persone incivili o i cumuli di rifiuti che aumentano ad ogni angolo.

Una situazione complicata che sperimentiamo ogni giorno e che ci chiama alla non più rinviabile necessità di un deciso cambio di rotta.

Un cambiamento per la rinascita di Roma al quale volevamo contribuire facendo la nostra piccola parte nello stile del “fare pensato” che ci contraddistingue e avanzando alcune anche proposte concrete con una lettera aperta al neo sindaco (qui la lettera): dalla creazione di un albo cittadino delle buone pratiche sociali in base alle eccellenze e specificità di ciascuna organizzazione, alla realizzazione di un’anagrafe delle fragilità sociali per consentire di diversificare l’approccio sugli interventi da effettuare, fino alla promozione di un’alleanza per il lavoro decente.

Ad oggi, però, siamo ancora in attesa di una risposta alla nostra lettera o di una convocazione per valutare le proposte fatte e dare vita a percorsi condivisi per il Bene Comune. Ovviamente con il passare del tempo le nostre speranze iniziano a scemare vista anche la costante assenza dei vertici istituzionali a tanti eventi di importanza sociale che abbiamo promosso nella città.

E’ sotto gli occhi di tutti che oggi Roma sia una città letteralmente spaccata a metà tra chi ha qualche possibilità di farcela e chi invece non si vede riconosciuti neanche i Servizi e diritti essenziali a causa di un sistema di welfare totalmente inadeguato e ripiegato nell’emergenza, una specie di “groviera” con tanti grandi buchi che lasciano scoperte larghissime fasce di bisogni.

Un sistema di welfare non all’altezza di una capitale europea che meriterebbe invece un nuovo modello di welfare “sartoriale” modellato sui crescenti e variegati bisogni, generativo, promozionale, incentrato sull’inclusione attiva e basato su 4 pilastri fondamentali:

1)       la CENTRALITA’ delle politiche sociali che non possono essere marginali e devono essere considerate un investimento e non un costo e quindi cifra stessa della buona politica.

2)       l’INTERDIPENDENZA tra i vari ambiti delle politiche, al fine di superare la logica dei compartimenti stagni, mettendo costantemente in relazione le varie parti ad oggi a sè stanti,

3)       la SUSSIDIARIETA’ CIRCOLARE pienamente agita che mette insieme pubblico e privato, profit e no profit in una logica di corresponsabilità reciproca.

4)       il MAINSTREAMING per misurare l’impatto che tutte le politiche producono sui destinatari, ed evitare di fare interventi che non rispondono in maniera puntuale ai bisogni.

Un modello che superi la logica lineare a favore di un approccio sistemico che ci consenta di passare dall’assistenzialismo al protagonismo e alla cittadinanza sociale.

Lo stesso approccio che cerchiamo di applicare anche al modello di azione sociale delle ACLI di Roma che partendo dalla valorizzazione della rete sia interna che esterna fornisce risposte immediate nell’emergenza per far fronte ai bisogni primari, ma che punta anche a prendere in carico le persone favorendo gli step successivi quali esigibilità dei diritti e politiche attive, tra le quali sicuramente la più importante è il lavoro decente.

Lavoro e welfare, infatti, sono inversamente proporzionali: più c’è lavoro dignitoso, meno bisogno c’è di welfare, con un considerevole risparmio economico per la comunità.

Roma, quindi, ha urgente bisogno di un nuovo piano sociale che non sia meramente tecnico ma che deve rappresentare un volano per ricostruire l’anima e l’identità della Capitale rendendola una comunità di relazioni vive inclusiva e accogliente capace di tessere coesione sociale .

La coesione sociale però non si costruisce a tavolino ma attraverso alcuni passaggi cruciali:

  • sconfiggendo i più insidiosi nemici della comunità ovvero l’individualismo e l’indifferenza dilaganti che rischiano di ridurre la nostra città in un mero agglomerato di palazzi. Individualismo che spinge molti a preferire il ruolo di ammiraglio della propria zattera piuttosto che quello di membro di equipaggio di un grande vascello, rendendo sempre più difficile la promozione di percorsi condivisi.
  • promuovendo soluzioni innovative capaci di coinvolgere attivamente i cittadini e la società civile. Un versante sul quale le ACLI di Roma sono molto sensibili e da tempo attive al fine di fare del “lavoro in rete” un vero e proprio “marchio di fabbrica” creando un circuito virtuoso di collaborazione attiva e fattiva con tutte le principali organizzazioni sociali della città su molte iniziative e progetti.
  • riallacciando il legame fiduciario tra cittadini e società civile lacerato da malgoverno, da mancate risposte e sviluppando un modello di accoglienza nuovo incentrato sulla reciprocità e sui diritti di cittadinanza.

Serve, quindi, un lavoro corale, la volontà di giocare in squadra, di sentirsi corresponsabili in un logica di interdipendenza reciproca e per farlo dobbiamo mettere in atto una vera e propria rivoluzione della cultura della cura che muova ciascuno a prendersi cura delle proprie comunità e dei propri luoghi, come ricorda la filosofa Jennifer Nedelsky.

Un esempio su tutti può essere quello di investire sui luoghi come le piazze, le botteghe, i piccoli esercizi che sono snodo di relazioni, microcosmi dove ci si conosce tutti e ci si può aiutare reciprocamente e che invece sempre più spesso lasciano il passo ai non luoghi, come i centri commerciali, veri e propri anestetizzanti della solitudine.

E’ fondamentale riprendere in mano la sfida avviata durante il Giubileo della Misericordia e dare vita a un cantiere culturale e sociale per la rigenerazione della città.

Oggi qualche esperienza di questo tipo nella città c’è, e nell’ultimo periodo ho avuto l’opportunità di partecipare a diversi momenti di incontro e dibattito su temi di valenza sociale comune, ma il passaggio successivo è quello di sistematizzare queste iniziative per dare vita a una nuova piattaforma condivisa da più soggetti possibili, sulla scia del convegno “I mali di Roma” organizzato dal Vicariato, in particolare da mons. Di Liegro, allora direttore Caritas, nel lontano febbraio del 1974, un’iniziativa forte, scevra da strumentalizzazioni, che consenta di fare emergere quanto di buono e di bello c’è nella città.

Questa senza dubbio è una chiamata alle armi che riguarda tutti, una corresponsabilità che necessità di essere condivisa anche da chi ha il compito di amministrare questa città partendo dallo sviluppo di sinergie nuove tra le tante forze buone che ci sono, ma che ad oggi navigano pericolosamente a vista.

Il cambiamento di rotta è necessario, l’equipaggio è pronto a mettersi a disposizione con propositività, affinché la “nave Roma” possa attraccare nelle acque tranquille del porto, sana, salva e rigenerata.