Vedere vicino per guardare lontano

di Lidia Borzì

Incendi, sgomberi e siccità, quella di Roma non è stata un’estate tranquilla, ma l’autunno sembra esserlo ancora meno.

Tocchiamo ogni giorno con mano la paura per questa ondata di violenza, soprattutto sulle donne, che sta sconvolgendo non solo Roma, ma il Paese intero.

Ripercorrendo un ipotetico album di foto, non avremmo davanti delle belle immagini, ne’ tantomeno delle scene edificanti per la nostra comunità.

Sarebbe facile mettere in fila i motivi di malcontento che vedono questa ripresa di settembre fare acqua da tutte le parti (è proprio il caso di dire!) ma soprattutto, faremmo il gioco che condanniamo: vedere solo troppo vicino, eludendo qualunque forma di prospettiva che ci porta a guardare lontano.

Invece, la veduta lunga è quella che ci appartiene per natura – come cattolici aspettiamo sempre il terzo giorno – ma diventa sempre più difficile praticare un’emissione di credito sul futuro della nostra città.

E ogni volta, sembra di fare qualche passo indietro invece che andare avanti, soprattutto per quanto riguarda il tema dell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, sempre in perenne emergenza, percepita da una parte come un problema di sicurezza – fomentato dal crescendo  di episodi di cronaca, strumentalizzati da certi media -, dall’altra come una minaccia ai diritti essenziali alla casa, al welfare, ai posti di lavoro, con il rischio di scatenare una guerra tra ultimi, senza pensare, invece, che ci sono oltre 500mila posti di lavoro, prevalentemente manuali, che gli italiani non accettano e che vengono occupati dagli immigrati!

Ad inasprire ancor di più il già teso clima, possiamo rilevare poi due aggravanti. A livello nazionale, la strumentalizzazione politica in vista delle elezioni, con il consenso, spesso, trasformato in tifoseria per la solita corsa alla poltrona.

A livello locale, la debolezza di un sistema di welfare a groviera in cui non trovano risposta i crescenti e variegati bisogni.

In questo gioco al ribasso, ci sentiamo tutti sconfitti, ormai, infatti, regna sovrana l’indifferenza che ci porta a chiudere gli occhi davanti alle estreme fragilità. Perché tutti vediamo e sappiamo (i senza fissa dimora sotto ai ponti, gli accampamenti abusivi ai margini delle strade, anche quelle più centrali ormai, i poveri a rovistare nei cassonetti, ma anche le prostitute in bella mostra), ma facciamo finta di niente, passiamo avanti distratti dalle “cose nostre”, “tanto a loro ci penserà qualcun altro”.

Rischiamo di fare come i personaggi del noto discorso di Piero Calamandrei, pronunciato ad una platea di giovani, in occasione di un ciclo di conferenze sulla Costituzione italiana.

L’aneddoto di Calamandrei, racconta la storia di due uomini che si trovano ad attraversare l’oceano su un piroscafo traballante. Durante la notte uno di questi si accorge dell’arrivo di una gran burrasca con delle onde altissime che lo facevano oscillare fortemente.

L’uomo impaurito corre nella stiva a svegliare il compagno urlando: “Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”.

E quello di tutta risposta: ”Che me ne importa, non è mica mio!”.

Ecco, quante volte ci è capitato di rispondere come questo uomo? Quante volte ci siamo limitati ad una visione miope che ci faceva vedere vicino senza vedere lontano?

La visione miope che non tiene conto degli effetti a lungo termine è quanto di più pericoloso possa mettere in campo la Politica, ma che purtroppo oggi sembra essere all’ordine del giorno.

È quindi indispensabile allora abbandonare le “soluzioni tampone” e la logica dell’emergenza e prevedere percorsi di vera integrazione, essere disposti a mettere in campo politiche che possano dare frutti non solo nel presente, ma anche nel futuro, frutti che potremmo anche non “assaggiare” noi, ma essere lasciati come una dolce eredità ai nostri figli.

E per “pre – vedere”, vedere prima, non serve avere la palla di vetro o poteri soprannaturali. Servono buon senso, capacità di buon governo e, soprattutto, lungimiranza.

Guarda lontano, ad esempio, la campagna nazionale “Ero straniero – L’umanità che fa bene”, promossa dalle ACLI insieme a un cartello di organizzazioni eterogenee, che mira a una proposta di legge di iniziativa popolare per superare la legge Bossi-Fini, cambiare il racconto dell’immigrazione  e vincerne la sfida, puntando su accoglienza, lavoro e inclusione.

Servono cinquantamila firme entro il 10 ottobre, per questo vi chiediamo di firmare perché vogliamo lasciarci alle spalle anni di politiche di resistenza attiva all’immigrato e ripartire lavorando, insieme, su una reale inclusione che abbia al centro la dignità di tutti gli esseri umani.

Guarda invece vicino l’idea di proporre politiche di inclusione dal basso incentrate sull’educazione e sull’idea che l’integrazione e la pace si costruiscano quotidianamente nei banchi delle nostre scuole, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei campi sportivi, nei nostri circoli e nelle piazze della nostra città; una sfida che ci ingaggia in prima persona in quanto movimento educativo e sociale.

Il cambiamento di cui c’è bisogno, quindi, deve ripartire dalle basi dell’accoglienza. Per far tornare ad essere Roma la capitale di un Paese civile e accogliente, c’è bisogno di interventi a doppio binario, da una parte per favorire l’accesso di tutti ai servizi essenziali, ovvero un welfare sartoriale tarato sui reali bisogni; dall’altra di misure per ricostruire il tessuto sociale e avere una comunità coesa in cui si respira un clima di fiducia tra politica, cittadini e società civile.

C’è bisogno allora di vedere vicino per guardare lontano. Lì, dove c’è una Roma possibile, inclusiva, capace di uguaglianza e giustizia sociale.

Una Roma accogliente e solidale.